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Il judo

Il Judo

Il judo sale alle luci della grande ribalta sportiva nazionale solo in occasione della conquista di medaglie nei grandi eventi come le Olimpiadi o i Campionati del Mondo. E proprio i successi ottenuti dagli azzurri a Sidney hanno sicuramente fatto aumentare il numero dei praticanti in tutte le palestre italiane grazie allo spazio concesso all’evento da tutti i mass media. Ma cosa è veramente il judo, al di là del momento sportivo, del grande risultato, che sono solo una piccola tappa del lungo percorso di chi pratica questa disciplina? Per dirla con le parole del Dott. Marcello Bernardi (illustre pediatra di fama internazionale, cintura nera di judo purtroppo scomparso):

“Il Judo continua ad essere uno sconosciuto, affascinante sì, ma anche sospetto. E continua ad esserlo nonostante la sua diffusione ormai più che ragguardevole. E’ convinzione abbastanza comune che si tratti essenzialmente di una tecnica di difesa personale e di uno strumento di autorassicurazione fisica e psicologica. In definitiva, di un’arma. Ma ciò che normalmente non si sa è che chi possiede questa arma tende per lo più a non usarla come tale. E quanto meglio la conosce, tanto meno si sente portato ad impiegarla. La cosa è logica, come vedremo subito, e dipende da questo: se è vero che il Judo è un efficacissimo mezzo difensivo e offensivo, è altrettanto vero che non è solo questo. Il Judo è anche un’arma, ma il suo spirito va ben oltre un simile aspetto superficiale e grossolano.

Il Judo è anche uno sport. Ci sono le gare e i campionati a livello locale, regionale, nazionale, internazionale, mondiale e olimpionico; vi sono coppe, federazioni, associazioni, medaglie, diplomi, ecc..; ci sono gli allenamenti, la ginnastica preparatoria, la “muscolazione”, e via dicendo. Come si spiega allora che esistano esperti di considerevole livello che non hanno mai vinto un incontro? Il fatto è che il Judo è anche uno sport ma non solo questo.

C’è infine chi guarda al Judo come ad un’arte. Giusto. Ad un determinato livello il judoka può davvero creare mediante l’impiego del proprio corpo, qualcosa di estremamente estetico e piacevole. In un certo senso si tratta di un autentico linguaggio, paragonabile a quello della danza, o a quello figurativo, o persino a quello musicale e letterario. Come l’arte il Judo richiede fantasia, creatività, sensibilità, personalità.

Sicuramente il Judo è anche un’arte.

Ma è molto più di tutto questo. Il Judo è una via. Parola che non si presta a un’agevole interpretazione nella nostra chiave culturale. Forse si potrebbe dire che è un modo di essere. Non ci si può avvicinare allo spirito del Judo se non si vive in una certa maniera, interiormente ed esteriormente. E, viceversa, chi pratica il Judo nel giusto spirito finisce più o meno consapevolmente col cambiare la propria vita, anzi il proprio stile di vita. Cioè, sia pure in termini molto generici e approssimativi, il Judo restituisce l’uomo a se stesso.

La realtà di questo fenomeno è facilmente verificabile per chi fruisce di un’esperienza derivante dal quotidiano contatto col bambino. Il bambino, specie il bambino piccolo, si comporta diversamente dagli adulti: è più vero,  non si nasconde dietro alcuna maschera, affronta con coraggio e fermezza i problemi della sua esistenza, va diritto al suo scopo, si nutre dei contenuti essenziali della vita. E anche sul piano puramente fisico egli mostra delle impostazioni e degli atteggiamenti che sono quelli più adatti all’impiego migliore del suo corpo. Poi, da adulto dovrà faticare molto per riconquistare quella posizione e quella dinamica del suo organismo che nei primi mesi di vita gli erano spontanee. Se vorrà riconquistarle, beninteso.

Dire che il Judo restituisce l’uomo a se stesso significa dire che la pratica di quest’arte impone il recupero di certe qualità umane che si sono perdute nel tempo.

Per esempio l’umiltà. Occorre accostarsi al Judo spogli di ogni presunzione, liberi da ogni sovrastruttura superflua, disposti ad essere semplicemente quello che si è, aperti a un’esperienza del tutto nuova, pronti ad apprendere qualcosa che forse, sulle prime può sembrare incomprensibile. Sulla materassina ci sono soltanto uomini uniti da un unico sforzo: quello di diventare migliori.

E poi la sincerità. Non serve fingere, non serve voler sembrare più bravi, non serve comportarsi in modo da meritare elogi, non serve dare l’impressione di fare più di un altro. Bisogna fare, e basta. Fare quello che si può,  meglio che si può,  con tutte le proprie risorse. Bisogna prima di tutto essere sinceri con se stessi, saper guardare dentro di sé,  sapersi conoscere. Non è facile,  naturalmente,  ma questa è la via.

Ci si può riuscire se si riesce a riconquistare un’altra connotazione fondamentale dell’uomo: l’amore. Il rispetto per gli altri uomini in primo luogo, e perciò il rifiuto di qualsiasi rivalità, di ogni rancore, del sospetto, della discriminazione, del disprezzo, dell’antipatia, dell’antagonismo, dell’ invidia, dell’ira. Il Dojo (palestra), è il luogo della serenità, dell’amicizia e della mutua prosperità. Inoltre ci vuole l’amore per l’arte.

Non si pratica il Judo per essere più forti, per ambizione, per lucro o per ragioni di prestigio. Lo si pratica perché lo si ama. Se non lo si ama, con umiltà e con sincerità, si potrà forse anche ottenere una buona tecnica, mai un buon Judo.

Infine è necessaria la fiducia. In se stessi, nel prossimo, e soprattutto nel maestro. Il Judo non si impara sui libri. Solo il maestro può indicare la via ed il modo  migliore per percorrerla.

Per la nostra mentalità il Judo è senza dubbio un fenomeno sconcertante: la sua pratica riporta in primo piano certe qualità umane che dal nostro costume sono state accantonate, o addirittura cancellate, e ne respinge altre che vanno per la maggiore, come la propensione al successo, al potere, all’avidità e alla sopraffazione. E’ una via che conduce solo verso un miglioramento dell’uomo e della condizione umana. E’ un’educazione all’amore e alla libertà.”

In un’intervista rilasciata nel maggio del 1998 a Daniela Condorelli per il settimanale D, in occasione della presentazione del libro “Corpo, mente, cuore”  (scritto a quattro mani con Cesare Barioli), il Dott. Bernardi affermava inoltre:

D. Perché un libro sul judo?

“Perché il judo è uno strumento per cambiare il mondo. Nel libro io sostengo una tesi: che il mondo debba essere cambiato. L’uomo ha percorso, da sempre la strada dell’avidità, dell’idolatria al denaro. Da quando l’umanità ha scelto il vitello d’oro, la parola d’ordine è “badare al sodo”, all’imitazione di padroni e campioni, a far conti, a rafforzare la propria immagine, a guadagnare e a prendere. Il nostro corpo è diventato merce, la nostra mente si è trasformata in un registratore di cassa, il nostro cuore è stato imbavagliato. E il prezzo da pagare è la paura. Abbiamo paura di tutto: della sofferenza, della malattia, della morte, della povertà, della solitudine, del mondo. Per dirlo con le parole di Cesare Barioli: il cuore è lo spirito, l’anima, il centro di coscienza che può essere seppellito da un’educazione tendenziosa. La mente è un magazzino\strumento che archivia immagini; dovrebbe essere al servizio del cuore, ma in realtà è spesso influenzata dal corpo. Quest’ultimo è una comunità di cellule sotto il controllo del cuore. Nel judo, cuore, mente e corpo si unificano, cioè si concentrano su un principio morale che si sintetizza nel “miglior impiego delle energie”.

D. In che senso il judo è uno strumento per educare?

“L’idea fondamentale alla base del judo è arrivare a dare tutto incondizionatamente, senza nulla in cambio. “Tutti insieme per progredire”, affermava il suo fondatore. Perché facendo judo miglioro me stesso per essere utile agli altri. Il judo è una strada per arrivare a questo, perché permette di conquistare il vuoto della mente e quindi di entrare in sintonia con il cuore. Dopo anni di parcellizzazione del bambino e della pediatria, la nuova generazione dei pediatri sta recuperando il senso clinico, cioè l’impiego della ragione. Sta recuperando la visione d’insieme del suo piccolo paziente. E in questo sarebbe facilitata dalla pratica del judo, che io suggerisco a tutti i giovani pediatri”.

D. Lei scrive: “nella mia vita ho imparato metà dai bambini e metà dal judo. Il bello è che ho imparato le stesse cose da entrambe le parti”.

“E’ vero. Da quando ho iniziato a fare il pediatra, cinquant’anni fa, avrò visto venti, trentamila bambini. Ho cercato di osservarli, di capire la loro realtà, la profondità del loro dolore, la loro benevolenza. Ho visto un bambino rincorrere uno scorpione per accarezzarlo, e un altro (era maggio del ’45 in un paesino di rifugiati prima dell’arrivo degli americani) dare del pane a un cane delle SS addestrato ad uccidere. I bambini sono leali, sinceri, generosi, non hanno paura, non conoscono la viltà; siamo noi che con la pretesa di “educarli”, insegniamo loro ad aver paura, ad essere vili, a diventare furbi. Dal judo ho appreso la sincerità, l’armonia, la decisione, il coraggio, il rispetto. Pensiamo al senso del colore della cintura: non è un grado, una gerarchia, ma un segnale di rispetto, un avvertimento sulla preparazione di chi la indossa. Di fronte a una cintura bianca o marrone, so come comportarmi, cosa posso o non posso fare. Il judo insegna la generosità, elimina l’astio, il rancore, l’ansia di vincere”.

D. Il bambino prima di tutto, il bambino al centro. È questa la grande svolta della pediatria di cui Marcello Bernardi è stato promotore.

“Quarant’anni fa il bambino era un oggetto. Lo è ancora, ma con una differenza: è cambiata la collocazione. Era un oggetto da tutelare e far crescere uguale agli altri, omologato; ora è esattamente la stessa cosa, ma è stato messo su un piedistallo come un feticcio. Il bambino di oggi è uno status symbol: per lui si vogliono i migliori vestiti e le migliori scuole, lui deve essere il più nutrito,  il più bello. Si può essere disposti a dare la vita per lui, ma rimane pur sempre un oggetto. L’idea che sia una persona con diritti più grandi di quelli degli adulti e con doveri irrilevanti (perché ha pochi strumenti a disposizione), non ci sfiora. I genitori dimenticano troppo spesso di essere solo la “freccia che lancia i propri figli verso case future che neppure in sogno potranno visitare”. Dimenticano che il mestiere del bambino è andare verso il mondo e il loro è aiutarlo ad andarsene”.   

D. Come svolgerlo, allora, questo difficile mestiere?

“Fare i genitori significa uscire da se stessi, non contare più come persona. Abbiamo dato vita ad un nuovo essere e siamo totalmente al suo servizio. Il genitore è prima di tutto un modello di cui il bambino ha bisogno, in cui crede ciecamente (gli esperti parlano di “fiducia primaria”). Per il bambino, tutto quello che il genitore fa è sacrosanto, “deve” essere fatto così. Ma sono i comportamenti quotidiani che contano: le nostre amicizie, i nostri gusti, i nostri atteggiamenti educano. Non ho mai visto un maestro di judo mettersi in cattedra a emanare leggi e regolamenti. No, vive sulla materassina, mostra, fa vedere”.

D. Che ruolo hanno l’obbedienza, le regole?

“Nessuno. Aveva ragione Don Milani: l’obbedienza non è una virtù. Mi pare piuttosto che sia un’abdicazione alla propria dignità, alla qualità di esseri umani. Una forma di alienazione da se stessi. Perché quando c’è è suggerita dalla paura. Di essere abbandonati, disapprovati, puniti. L’obbedienza implica omologazione, un mostro che incombe anche sulla scuola dove sopravvive la convinzione che l’obbedienza sia una virtù. L’educazione è uno scambio, un modo di esistere, di fare, di affrontare la vita. La vera scuola non è quella, grottesca, fatta di programmi uguali per tutti e di classificazione, in cui non si va per ricevere ma per diventare primo della classe. Il sistema scolastico, così come è strutturato oggi è valido solo per creare egoisti. Non dimentichiamo che il mondo sociale del bambino non è per lui uno dei mondi possibili, ma l’unico. Così il  primo della classe o l’asino dovranno mantenere con ogni mezzo il loro rango. Il primo sarà perciò indotto a recitare sempre la parte del “superiore” e il secondo a ricorrere a ogni truffa pur di sopravvivere. È la cosiddetta teoria dell’etichettamento in cui tutte le energie sono convogliate per tenere in vita il personaggio definito dall’etichetta. Un’ottima introduzione al più spietato egoismo. Passiamo alle regole. Sono uno strumento per convivere civilmente, ma non vedo come possano avere a che fare qualcosa con l’educazione che si vale di ben altri strumenti come l’affetto, il rispetto, la libertà. Questo non vuol dire che le norme vadano escluse, ma che ne vada esclusa l’imposizione, questo sì. Ci sono alcune norme tecniche inevitabili (…), ma non educative. L’importante è che non diventino antieducative. Che non costituiscano cioè una minaccia, un ricatto affettivo, un’imposizione e, soprattutto, che non siano troppe o ripetute troppo spesso. Anche di parole ci può essere inflazione: quando sono troppe, non valgono più nulla”.

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Bergonzini Azienda Agricola Vivai Piante

 

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